Un Mediterraneo croce e delizia…. di plastica e di rumore

  di Enza Plotino *

 

Il Mediterraneo, un “piccolo mare” che conserva e nasconde grandi bellezze e tante sorprese nei due mondi, quello sommerso e quello scaldato dal sole. Il Mare Nostrum, chiuso tra Europa, Asia e Africa, su cui si affacciano coste, penisole abitate da tanti popoli diversi e isole come la Sardegna per la quale rappresenta una culla, una protezione, ma anche una via di comunicazione con il resto del mondo. E gli abitanti di queste terre hanno sempre sfruttato a piene mani le risorse che il Mediterraneo ha benevolmente ceduto. Un mare buono infatti, è il Mediterraneo. Mai nessuno nei millenni passati né ha parlato con spavento o paura. Chi lo ha attraversato e lo attraversa tutt’ora, così come chi vive sulle sue coste, lo guarda con affetto, mai con angoscia.

 

Ma questo amore sconfinato non ha impedito l’aggressione, quella sì spaventosa, che ne ha fatto la pattumiera di tutti i Paesi che lo abitano, inclusa l’Italia che è, secondo un rapporto dell’Unep, il 3° paese inquinatore dopo la Turchia e la Spagna. Inquinamento da plastiche: di questo è gravemente malato il nostro mare. Ogni giorno finiscono nel Mar Mediterraneo 731 tonnellate di rifiuti di plastica. Nelle zone costiere, comprese le isole, e la Sardegna tra le altre, vivono 208 milioni di persone che producono 361.000 tonnellate di spazzatura al giorno, il 10% plastica, di cui il 2% si riversa nel Mare Nostrum.

 

“Senza misure di contrasto – dicono gli esperti dell’Unep – la quantità di plastica aumenterà del doppio entro il 2025”. E questo è un inquinamento che si vede e per il quale sarebbe possibile correre ai ripari e salvare il Mediterraneo dall’agonia ormai patologica dell’invasione dai rifiuti, con interventi straordinari e cambiamenti profondi degli stili di vita che caratterizzano le società arrembanti da un lato e opulente dall’altro. Ma c’è un inquinamento, subdolo perché invisibile, che sta creando una trasformazione ambientale nel mondo sommerso e che coinvolge tutti i pesci, soprattutto i cetacei, per i quali era stato allestito ma mai veramente curato, un santuario che lambisce le coste della Sardegna, della Toscana, Liguria, Corsica e Costa Azzurra. E’ il rumore sottomarino ed è uno dei maggiori problemi ecologici dopo l’invasione della plastica. Nel Mediterraneo vivono ben otto specie di cetacei e diverse altre specie di visitatrici occasionali e l’inquinamento acustico dovuto ad attività umane riveste un ruolo importante e contribuisce fortemente ad alterare l’ambiente acquatico in cui i cetacei vivono. Lo dice un rapporto dell’ARPA Toscana e coinvolge tutta l’area del Santuario dei Cetacei. “Tanto per dare un ordine di grandezza: in acqua il suono si propaga 5 volte più velocemente che in aria e con grande efficienza e questo consente ai cetacei di comunicare su grandi distanze (decine e anche centinaia di km). Ma un aumento di soli 6 dB di rumore ambientale dimezza la distanza alla quale i cetacei possono comunicare fra loro”. Le sorgenti da cui si propaga il rumore che disorienta i cetacei sono le più diverse: il traffico navale; le vibrazioni che si propagano dalla costa; il rumore diffuso anche a grande distanza dalle ricerche sismiche; i grandi impianti offshore quali piattaforme di perforazione/estrazione ed impianti eolici. Il rumore anche a bassa frequenza può non solo interferire con la comunicazione tra cetacei, ma può produrre stress e alterazione delle rotte fino all’abbandono di determinate aree. Ciò che ne consegue sono impatti significativi: riduzione della capacità riproduttiva, abbandono di aree essenziali per alimentazione, riproduzione e allevamento dei piccoli. Oltre ai cetacei però, anche gli invertebrati, i pesci e i rettili subiscono tali pressioni con l’effetto di ripercussioni ecologiche importanti anche sulla pesca.

 

Emerge quindi sempre più la necessità di definire norme per la navigazione e per le attività potenzialmente dannose, sia all’ambiente marino in generale sia in particolare alle aree più significative per la sopravvivenza dei cetacei (rotte di migrazione, aree di riproduzione, aree di alimentazione). Sul tema del rumore subacqueo, significativi sono stati i risultati del progetto transfontaliero Gionha, di cui ARPAT è stata capofila, per la stima del rumore antropico nell’alto Tirreno (Santuario dei Cetacei). Il progetto ha fornito una valutazione del livello di inquinamento acustico marino su base annuale; ha descritto in maniera esauriente la sorgente di rumore nel Santuario dei Cetacei grazie all’individuazione delle rotte principali, alla conoscenza delle tipologie di imbarcazioni e alla distribuzione temporale delle stesse imbarcazioni, ricostruendo mappe di rumore sottomarino a varie profondità e varie frequenze. E’ chiaro che per mitigare i livelli sonori presenti bisogna operare attraverso la riduzione delle sorgenti sonore di alta potenza e del rumore irradiato dalle navi così da rimanere nei limiti che possano assicurare alla fauna marina un ambiente acustico confortevole che ne garantisca il benessere e la sopravvivenza nell’interesse dell’intero ecosistema marino.

 

Per fare ciò è essenziale prendere atto formalmente ma anche sostanzialmente che c’è un problema di inquinamento del Mediterraneo e investire in collaborazioni internazionali per contribuire allo sviluppo delle conoscenze in un settore che richiede uno sforzo ancora molto significativo, anche dal punto di vista normativo comunitario. Fare in modo che le uniche fonti di rumore nel Nostro Mare siano il vento, le onde, la pioggia ai quali gli organismi marini si sono ben adattati nel corso della loro evoluzione. Riduzione del danno deve essere il motto dei nostri giorni.

 

* da piazzagallura.org 8 novembre 2016