PROVE DI UN MONDO DIVERSO

di Guido Viale

"Ricchezza è molteplicità, varietà, qualità e libertà delle nostre relazioni con gli altri e con la natura; o, se vogliamo, con l'ambiente fisico (il territorio), sociale (i viventi), culturale (la storia, le tradizioni, il pensiero altrui, le nostre aspettative) e con le generazioni future, sia quelle oggetto dei nostri affetti (figli e nipoti) che della nostra assai labile considerazione (coloro da cui abbiamo 'preso in prestito' il mondo)."

 

 

 

Il libro parte dall’analisi della situazione, osserva come si sia giunti all’attuale crisi, sottolineando come il liberismo si sia affermato imponendo la tesi tatcheriana, “la società non esiste”, esistono solo gli individui. Oggi, di fronte alla crisi e al collasso finanziario con le sue gravi ripercussioni nella vita di ognuno, il mondo è di nuovo a un bivio: può approdare a un aumento di poteri autoritari, di pulsioni razziste, di regimi antidemocratici (come negli anni trenta del secolo scorso) oppure rimettere in discussione gli assetti economici e sociali.

 

Come ognuno può verificare le conseguenze della crisi non sono le stesse per tutti: alcuni possono addirittura trarne vantaggio per altri (i precari in particolare) significa licenziamento senza tutele e quindi una vera tragedia. In sintesi poi una chiara spiegazione dell’attuale crisi (uno dei pregi maggiori di questo libro è proprio la chiarezza). “La crisi finanziaria che ha travolto il pianeta non ha altra origine diretta: migliaia e migliaia di miliardi di dollari sono stati creati dal nulla comprando, vendendo e moltiplicando i debiti della parte più povera della popolazione dei paesi ‘ricchi’; miliardi che sono improvvisamente svaporati non appena il primo disgraziato debitore di troppo è stato sorpreso a non essere più in grado di far fronte ai suoi impegni”. Debiti fatti su sollecitazione dei governi e della pubblicità, ma anche debiti che pesano sulle persone senza loro diretta responsabilità. Infatti sugli abitanti dei paesi del Sud del mondo pesa il debito pubblico e sono indebitati anche quasi tutti i contadini del mondo. “Il debito è la denominazione comune della globalizzazione.”

 

Se la crisi economica è grave lo è altrettanto il disastro culturale: oggi viviamo spesso nella barbarie anche se fingiamo di non riconoscerla. Certi fatti fanno appunto parte di questa barbarie generale, fenomeno sociale e culturale più che politico, la cui maggiore responsabilità cade sui media, ma anche sulla scuola e sulla politica. Come uscirne? Ripartendo dalle fondamenta “con i materiali che quelle macerie ci mettono a disposizione”. E lo dobbiamo fare là dove viviamo, attraverso la rete di relazioni in cui siamo inseriti.

 

Come si suo dire agire localmente, pensare globalmente: oggi è importante avere una visione più ampia dei problemi. È facile muoversi nel mondo, tanti i tipi di turismo, ma ricordiamo che ci sono anche altri tipi di viaggiatori: sono i tanti migranti clandestini che i paesi ricchi cercano in vario modo di contrastare. Le merci invece girano liberamente e approdano per lo più nelle città dei paesi ricchi dove, rapidamente, si trasformano in rifiuti. Quelli più difficili da gestire, quelli pericolosi e inquinanti compiono il percorso inverso tornando nei paesi del Sud del mondo da cui le materie prime provengono. Anche le armi viaggiano per il mondo o perché vendute o perché mandate a distruggere quelle stesse armi che prima erano state vendute (Iran, Iraq, Somalia, Iugoslavia, Palestina, Afghanistan...)

 

Il governo del pianeta (ben più importante dei governi nazionali) è ciò che regola i flussi di uomini e merci. Il processo che porta a una società meticcia, multiculturale e multietnica è irreversibile. In ugual misura è assurda la pretesa del nuovo razzismo che si appella alle “radici”: come se ad esempio in Italia le “radici” non fossero essere stesse “meticcie”, nascendo noi da una combinazione di tradizione greco-romana-celtica-ebraica-araba...

 

Ma ecco la parte costruens del libro. Si stanno sperimentando delle alternative all’attuale gestione dell’esistente. Pratiche e progetti che nascono intorno al contrasto di decisioni dei centri di potere e che spesso diventano imprese e coinvolgono il governo del territorio: per cui conflitto e partecipazione sono i due elementi che dovranno contraddistinguere qualsiasi alternativa all’esito autoritario dell’attuale crisi. Comitati e movimenti da una parte e strutture di mediazione dall’altra, potranno tradurre in realizzazioni concrete i progetti. I saperi e le competenze diffuse, che sono il volto nuovo del panorama sociale di questo periodo, possono essere gli elementi di saldatura di questi due momenti. Quali sono le precondizioni perché questo si possa realizzare? La pace, la lotta ad ogni tipo di razzismo, la difesa dei beni comuni acqua, aria, salute, saperi...). Viale dà poi alcune indicazioni “operative” che possono, anzi dovrebbero, essere praticate. Né Stato né mercato: vengono qui indicati i mali che hanno messo in crisi questi due “pilastri” dell’economia e le possibili nuove strade da percorrere. Fondamento di ogni azione è la tutela e la creazione di beni comuni, alcuni lo sono in modo evidente (come l’acqua o l’aria), ma di molti altri si può avere consapevolezza. Vengono poi indicate delle “buone pratiche”, davvero estendibili a infiniti gruppi di persone e facilmente realizzabili.

 

Un capitolo viene dedicato all’energia. Il rinnovato interesse per il nucleare è motivato dall’illusione che, finito il petrolio, questa pericolosa fonte consenta il proseguimento immutato della way of live di oggi: illusione appunto! Il tema dei rifiuti è stato già analizzato da Viale in un altro libro Azzerare i rifiuti, edito da Bollati Boringhieri nel 2008, ma qui viene ripreso in modo sintetico e non è un capitolo da poco per poter attuare quelle buone pratiche di cui si parlava. I modelli ci sono, all’estero (ad esempio in Germania) questa strada è già stata percorsa. Altro tema già frequentato dall’autore e qui, giustamente, ripreso è quello dell’auto ( Vita e morte dell’automobile, 2007) del perché la crisi abbia investito per primo questo settore e di come si dovrà approdare a una mobilità sostenibile.

 

Il saggio si chiude con un capitolo intitolato come il volume, Prove di un mondo diverso: incentivo all’azione dei gruppi di cittadini che si organizzano in vario modo e per scopi diversi, possibilità di mettersi in rete e quindi di contare, speranza di modificare sostanzialmente quel cammino verso la distruzione che è in corso. Speranza quindi, visione costruttiva dei processi possibili, messaggi positivi, insomma quello di cui si ha fondamentale necessità oggi.

 

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 Il mio libro affronta il problema della conversione ecologica del sistema economico e produttivo, partendo ovviamente dalla situazione italiana, ma con un occhio di riguardo per la dimensione globale, nel contesto creato dalla crisi economica, ambientale e culturale in corso. Tre i punti di questo libro che meritano una riflessione. Il primo è un approccio storico all’attuale crisi, riconnessa direttamente agli eventi degli oltre sessant’anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale e, in particolare, all’esplosione planetaria del movimento del ’68, di oltre quarant’anni fa:

 

“Per una consolidata convenzione, il periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni ’70 viene contrassegnata dagli economisti con l’espressione “i trenta gloriosi” (sottinteso: anni)… Applicando uno schematismo analogo, il periodo che ci separa dalla metà degli anni ’70 dovrebbe meritarsi il titolo di “i trenta vergognosi”.

 

In mezzo, a segnare lo spartiacque tra di esse, c’è “il Sessantotto”… il Sessantotto è stato il primo movimento globale della storia; ma soprattutto la critica pratica dei modelli di vita e di consumo proposti o imposti dall’onda vincente dello “sviluppo economico” e delle sue priorità: quelle promosse dal dirigismo occidentale e quelle realizzate dalla pianificazione sovietica. Non è quindi difficile leggere “i trenta vergognosi” come reazione globale alle aspirazioni e alle aspettative create dal Sessantotto: una reazione a volte violenta; più spesso sottotraccia; e capace di piegare suo vantaggio larga parte delle conoscenze e delle competenze sociali e culturali che il Sessantotto aveva sviluppato.

 

Lo strumento vincente di quella reazione – l’ideologia della fine di tutte le ideologie, che ha poi preso il nome di “pensiero unico”, cioè il liberismo – si è alimentato e al tempo stesso ha attinto la sua forza dalle debolezze culturali che il Sessantotto aveva mostrato. I tratti costitutivi del Sessantotto a livello globale erano stati soprattutto uno spirito di rivolta e una temperie antiautoritaria: nella scuola e nelle università, nelle fabbriche e negli uffici, nei laboratori di ricerca e negli ospedali, nei tribunali e nelle libere professioni; fin dentro le carceri e le strutture militari di polizie ed eserciti: il tentativo di disarticolare le linee del comando gerarchico – e non solo quelle del sistema di fabbrica – attraverso la messa in questione del proprio ruolo e dei propri compiti.

 

La reazione del pensiero unico e del suo assolutismo liberista avrebbe affidato questo stesso obiettivo non al lavorio consapevole dei collettivi che si formavano nelle squadre, nelle aule, nei reparti, nelle assemblee di quartiere, di caseggiato, di categoria, ma ai meccanismi anonimi e automatici – o presunti tali – del mercato e della competizione: il massimo della affermazione e della realizzazione di ciascuno sarebbe stata garantita non dall’azione consapevole di individui collegati tra loro da legami di solidarietà liberamente costruiti, ma dal meccanismo eminentemente selettivo, e per questo “meritocratico”, della competizione a tutti i livelli”.

 

Il secondo punto è costituito dall’esplicitazione delle caratteristiche degli indirizzi e degli interventi che concorrono a costituire il programma della riconversione ecologica: “Tutte le misure indicate – le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, la dematerializzazione dei consumi, l’agricoltura biologica, la mobilità flessibile, la cultura della manutenzione, l’educazione permanente, ecc. - sono l’esatto contrario delle “grandi opere” e delle produzioni di massa fordiste – come quelle dell’industria automobilistica - a cui i governi vorrebbero affidare le speranze di una “ripresa”. Le misure indicate richiedono tutte un diverso tipo di regia: sono interventi distribuiti e diffusi sul territorio, altamente differenziati, legati alla specificità degli ambienti e dei contesti sociali; per essere efficaci richiedono sì risorse cognitive specialistiche – ormai largamente diffuse in segmenti specifici di ogni comunità – ma soprattutto conoscenze pratiche del contesti sociali: conoscenze che solo chi vive e opera al loro interno può avere.

 

Tutti gli interventi indicati richiedono informazioni e tecnologie disponibili a livello globale, ma sono tanto più efficaci quanto più sanno adeguarsi alla dimensione locale della produzione e del consumo. Si tratta di misure che riportano l’attenzione sul territorio, sulle sue esigenze, sulla sua salvaguardia, sulla sua autonomia; e che concorrono a promuovere legami sociali, affezione per il patrimonio naturale ed edilizio, per l’eredità storica, per la culturale locale, per la cooperazione e la condivisione di beni e obiettivi comuni. Inoltre corrispondono meglio anche ai caratteri di flessibilità, diffusione territoriale, adattamento e inventiva nelle applicazioni”.

 

Il terzo punto è costituito dalle forme di consultazione. partecipazione e deliberazione – già sperimentate in alcuni contesti di queste “Prove” - che vengono proposte per promuovere la riconversione ambientale: “L’efficacia della riconversione ambientale richiede contributi - alla progettazione, alla gestione degli interventi, al controllo dei processi – inediti; fondati sulla partecipazione di tutte le componenti potenzialmente interessate al cambiamento: l’associazionismo civico e ambientalista, le organizzazioni di base dei lavoratori, i centri sociali e i movimenti che hanno animato il panorama dello scorso decennio, le associazioni dei migranti; ma anche gli esponenti più impegnati della amministrazioni locali – soprattutto dei centri piccoli e medi – che sono spesso l’ultimo residuo istituzionale di autonomia dallo strapotere degli apparati statali e dei grandi gruppi economici e finanziari; il mondo della formazione e della ricerca e l’imprenditoria, attiva o potenziale, interessata a intraprendere nei settori orientati alla sostenibilità.

 

Tutte queste componenti sono indispensabili: non si riconverte l’economia senza imprese e imprenditoria – pubblica, privata o sociale – né senza avallo e coinvolgimento dei governi locali, né senza i saperi e l’impegno che solo gli strumenti partecipativi possono attivare. Questo non significa mettere da parte la conflittualità tra le diverse componenti di questa aggregazione (tra lavoratori e imprese; tra comunità e governi locali; tra imprenditoria e amministrazioni pubbliche), che è sempre la radice ultima di ogni trasformazione. Tuttavia, al di là - o al di qua - di questa conflittualità, esisterà quasi sempre un tratto di strada condiviso che può essere percorso insieme”.

 

dal Blog di Re Nudo