SEQUESTRATI 550mil DI EURO A MAFIOSO

Ieri la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato beni per 550 milioni di euro all’imprenditore Rosario Cascio, ritenuto vicino al capo di Cosa nostra. In 24 mesi 1,4 miliardi sono stati strappati all’ultimo boss stragista latitante. Beni sequestrati del valore di 550 milioni di euro.

Quella di ieri ai danni dell’imprenditore mafioso Rosario Cascio è solo l’ultima delle tre grandi operazioni con cui la Direzione investigativa antimafia (Dia), tenta di aggredire il patrimonio dell’uomo che gli inquirenti ritengono l’attuale capo di Cosa Nostra: Matteo Messina Denaro. In 24 mesi ammonta infatti a 1,4 miliardi di euro il valore dei beni strappato dalla Dia all’ultimo boss stragista tuttora latitante. Pari alla metà della Finanziaria 2010, approvata dallo Stato.

 

Solo negli ultimi 19 mesi le forze dell’ordine hanno sottratto ai boss 7,5 miliardi di euro: l’equivalente di più di due finanziarie. «Matteo Messina Denaro è la presenza più rilevante per la mafia e il più grande latitante in circolazione, condannato all’ergastolo per le stragi del ‘93», ricorda Pier Luigi Vigna, ex Procuratore nazionale antimafia. Rosario Cascio, il noto imprenditore dell’agrigentino colpito ieri dal provvedimento di sequestro, era già in carcere da tempo. Perché condannato con sentenza definitiva a sei anni di reclusione nel processo “Mafia e appalti”, per associazione a delinquere di stampo mafioso. Quello di ieri è l’epilogo di trent’anni di indagini sul suo conto.

 

Perché Cascio era organico a Cosa Nostra fin dagli anni Ottanta. Già allora aveva infatti preso parte al “Sistema Siino”, ideato da Angelo Siino, ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra fino agli anni Novanta, oggi pentito, che gestiva gli appalti pubblici di mezza Sicilia. Cascio è ritenuto un prestanome del nuovo Capo dei capi, Matteo Messina Denaro. Considerato il re del calcestruzzo, controllava una vera e propria holding mafiosa. Parte dell’impero gli era già stato sequestrato dalla Dia nel 2008, in seguito al suo ultimo arresto per associazione di stampo mafioso.

 

«Poiché ritenuto responsabile di avere partecipato a un sodalizio criminoso, organico a Cosa Nostra, al fine di acquisire attività economiche e realizzare ingiusti vantaggi e profitti dal 1994 al 2008». Ma il Riesame aveva annullato parte del provvedimento, confermando solo il sequestro delle imprese edili. Nel calcestruzzo e nel movimento terra, Cascio era quasi monopolista. «Rientrato nella disponibilità delle imprese - scrivono gli inquirenti - sia queste che il predetto hanno innalzato immediatamente e rapidamente la proprie consistenze economiche... la loro storia e le modalità... consentono di conderarle mafiose».

 

La Cassazione aveva quindi rinviato tutto a Palermo. Tra i beni sequestrati nell’operazione “Denaro” di ieri figurano 15 aziende, prevalentemente nel settore edilizio; 260 terreni; 170 fabbricati (tra ville e magazzini); 9 stabilimenti industriali; 170 autoveicoli e un’imbarcazione. Beni intestati a Rosario Cascio, alla moglie o di proprietà delle sue società. L’uomo, secondo gli inquirenti, ha avuto rapporti con Filippo Guttadauro, fratello di Giuseppe, ex reggente del mandamento mafioso di Brancaccio, coniugato con Rosalia Messina Denaro, sorella del super latitante di Castelvetrano. Per il senatore del Pd e componente della Commissione antimafia, Giuseppe Lumia, «il maxisequestro di ieri dimostra la pervasività dei tentacoli mafiosi: adesso bisogna stringere il cerchio su Matteo Messina Denaro».

 

A fine 2008 con l’operazione “Mida” era stato colpito Giuseppe Grigoli, considerato il cassiere del boss. Tra i beni sequestrati (700 milioni di euro) le imprese che rifornivano e controllavano 60 esercizi commerciali siciliani, quasi tutti della catena Despar. Cui bisogna aggiungere altri 200 milioni di beni portati via due mesi fa all’imprenditore edile Francesco Pecora, un altro fiancheggiatore del latitante. «I sequestri di beni al contrario degli arresti - conferma Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto di Palermo - creano un vuoto attorno a Cosa Nostra. Il fatto che i capimandamento si rivolgessero a Cascio per farsi da intermadiario presso Messina Denaro, dimostra che dietro di lui si proiettava l’ombra lunga del boss latitante di Castelvetrano».

 

28 gennaio 2010

 

Fonte: Terra News