INDOVINA COSA C'E' NEL TUO PIATTO

Obbligo di indicare la provenienza su tutte le etichette, tutela dei prodotti di montagna e delle indicazioni geografiche: così l'Unione Europea cambierà le norme sui cibi tipici. Ma, fra perplessità e contraddizioni, i consumatori non sempre sono sicuri di quello che mangiano e bevono. Fra trucioli nel vino e prosciutti di dubbia origine

 

. Se almeno una volta nella vita avete pensato all'Ue come a un groviglio di norme inutili e costose, dovrete ricredervi. Perché quello che per anni è stato il simbolo per antonomasia dell'euroburocrazia di Bruxelles sta per essere abolito. Ma tutti, ora,sembrano rimpiangerlo. Da luglio non saranno più fissati a livello europeo gli standard per le dimensioni di gran parte dei prodotti ortofrutticoli, come zucchine, asparagi, meloni. Sarà il mercato a decidere quale taglia mettere sugli scaffali e a fare il prezzo. Riducendo burocrazia, sprechi e spesa per il cittadino.

 

Dal suo blog, una sorridente Mariann Fischer Boel, commissario europeo all'Agricoltura, annuncia la fine di un'era: «Spero di non leggere più articoli sui funzionari di Bruxelles che legiferano sulla curvatura dei cetrioli». Come darle torto? Ma, sorprendentemente, non tutti condividono l'entusiasmo della signora liberale danese. Né i produttori, che temono la competizione di merce di qualità più bassa a prezzi stracciati. Né i consumatori che, viceversa, hanno paura diessere raggirati da prodotti scadenti agli stessi prezzi di sempre. Non è l'unica novità che arriva per la nostra tavola.A Bruxelles si prepara una minirivoluzione per i prodotti tipici di qualità.

 

Il testo, al vaglio dei 27 ministri europei all'Agricoltura lunedì 22 giugno, sarà la base per stabilire nuove misure che arriveranno concretamente solo nel 2010. Le intenzioni di Bruxelles sono buone: semplificare e rafforzare la politica di qualità. Ma le ipotesi sul tavolo, frutto di un lungo lavoro iniziato nel 2006, sono tutte da verificare. La Commissione europea ammette che la politica Ue sull'agroalimentare di qualità presenta non poche incongruenze.

 

Stando all'analisi, i regimi Ue che tutelano la tipicità di cibi e vini sono troppo complessi e la proliferazione di certificazioni di ogni tipo, a livello nazionale e privato, non fa funzionare bene il mercato e confonde i consumatori. Inoltre, da quando è diventata una priorità la riduzione delle emissioni di CO2, spuntano come funghi prodotti detti «bio» o «ecologici» che vantano un basso impatto ambientale in etichetta, senza però che nessuno possa verificarlo. Di qui, la necessità di intervenire.

 

Quali le novità in cantiere?

Primo punto: estendere l'etichettatura obbligatoria del luogo di origine a tutti i prodotti. Oggi è possibile sapere la provenienza di una fettina di vitello ma non di una bistecca suina. Scartata l'ipotesi di un marchio made in Ue (nessun paese lo voleva), il commissario Boel vuole almeno un'informazione chiara e completa in etichetta, con la benedizione dell'Italia che ha sempre avanzato questa richiesta. Bisognerà vedere se si troverà l'accordo.

 

Il secondo punto riguarda i prodotti di altura, finora poco valorizzati e garantiti. L'orientamento sarebbe di creare una nuova menzione, «prodotti di montagna», con metodi di produzione e caratteristiche ben definite. Un'idea che, sulla carta, piace all'Italia ricca di prodotti tipici di alpeggio fatti nelle malghe e nelle baite da pochi, piccoli produttori.

 

Terzo e decisivo punto, le indicazioni geografiche. Al momento esistono due strumenti di tutela di qualità per cibi, vini e bevande alcoliche: la dop (denominazione di origine protetta) e la igp (indicazione geografica protetta). A cui si aggiungono le stg (specialità tradizionali garantite) e l'agricoltura biologica. Ma è sulle prime due che si concentra l'attenzione. Il sistema deve essere rivisto e semplificato viste anche le lamentele sulla lunghezza delle procedure (ottenere una registrazione prende da 6 mesi a un paio di anni e migliaia di euro fra perizie e controlli per la certificazione).

 

L'idea è creare un registro unico per vini, alcolici, prodotti agricoli e alimentari trasformati pur mantenendo le specificità di ciascuno. «E' un'ottima occasione per migliorare la politica di qualità che non sempre è stata ben tutelata» commenta Maurizio Reale, responsabile relazioni internazionali della Coldiretti a Bruxelles. «Per noi l'etichettatura di origine estesa a tutti i prodotti agroalimentari e una politica specifica per i prodotti di montagna sono due belle notizie. E contiamo che tutte le istituzioni Ue coinvolte sostengano la nostra esigenza di qualità e trasparenza».

 

Ma qualche perplessità serpeggia. «Siamo favorevoli alla riforma ma contrari a un'eccessiva semplificazione se è fatta a discapito della qualità» precisa Rolando Manfredini, capo area Sicurezza alimentare e qualità della stessa Coldiretti. «La fusione delle indicazioni in un unico registro, per esempio,porterebbe a un appiattimento della qualità verso il basso, noi vogliamo il contrario». In effetti, la politica dell'Ue è stata spesso contraddittoria. L'ultimo mugugno si è spento solo una settimana fa, quando Bruxelles ha ritirato il provvedimento sul rosé che avrebbe consentito, dal 1º agosto, di produrre questo vino miscelando bianco e rosso. Una contraffazione legalizzata che ha innestato l'immediata reazione dei paesi produttori, soprattutto Italia e Francia. Di qui, il dietrofront.

 

Il caso più eclatante dell'ultimo decennio resta però quello del cioccolato per il quale, nel 2000, si autorizzò l'uso di grassi diversi dal burro di cacao. Va detto che in Europa ci sono sempre stati metodi diversi di fare il cioccolato e i paesi del Nord usano altri grassi vegetali. Ma ai cioccolatieri che usano cacao puro e burro di cacao puro non è concesso neppure di scrivere in etichetta «cioccolato puro». E l'Italia, per avere autorizzato tale dicitura, sitrova ora a fronteggiare un'infrazione aperta da Bruxelles.

 

Qualcosa che suona come una beffa per chi punta tutto sulla qualità. Di fatto, non esiste una definizione comune di cioccolato puro. I danni sul mercato? «Difficile quantificare il peso di questa normativa perché nella stragrande maggioranza d'Europac'era già il cioccolato senza burro di cacao» risponde Massimiliano Cavicchioli, direttore di produzione della Venchi, nota ditta del Cuneese. «Noi continuiamo a usare solo burro di cacao puro, visto che ci confrontiamo con un segmento di alta qualità. Ma il peso commerciale dell'etichettatura è notevole e anche incomprensibile: la migliore qualità non è mica concorrenza sleale».

 

Quanto al vino, nel 1999 Bruxelles propose di aprire le porte del mercato vinicolo europeo ai mosti dei paesi extra Ue, per permettere di vinificarli o miscelarli con quelli prodotti nell'Ue. Dopo lungo scontro l'ipotesi sfumò e ancora oggi questa pratica rimane vietata. Ma non sempre è andata così. Nel 2006, Bruxelles ha autorizzato l'invecchiamento artificiale del vino con trucioli di legno invece delle tradizionali botti di rovere. E perfino l'Italia ci mise uno zampino perché l'industria dell'imbottigliatura assecondava la novità.

 

L'Italia mantiene il divieto per i vini a denominazione di origine ma la pratica è molto diffusa nei vini da tavola, per lo più rossi. E senza dirlo in etichetta. Battaglia persa anche per lo zuccheraggio. Nel 2007 l'Italia alla testa di tutti i paesi del Sud, compresa la Provenza, fece di tutto per far eliminare il metodo, tuttora lecito, di aumentare la gradazione alcolica dell'uva con il saccarosio. Invano. I produttori dell'Europa continentale, come la Germania e la stessa Francia (che usa lo zucchero nella zona dello champagne), hanno avuto la meglio. E il paradosso è che, dal 2013, rischiano di scomparire anche i finanziamenti finora concessi dall'Ue a chi usa solo mosti, più costosi.

 

A livello politico, le alleanze si coagulano sempre in due blocchi. Da un lato ci sono i paesi del Nord, deboli di prodotti tipici ma con una forte presenza nell'industria alimentare di largo consumo e nella grande distribuzione. E ai quali, ora, si sono affiancati i paesi dell'Est. Dall'altro c'èil fronte mediterraneo che ha nell'agroalimentare di qualità, e nell'indotto che vi ruota intorno, una punta dieccellenza da difendere. Gli interessi economici, e conseguentemente le lobby, sono divergenti. Le normative riflettono spesso questo stato di cose, cioè la necessità di trovare un compromesso. Che, qualche volta, finisce per andare a discapito della qualità. Complice anche il sistema di voto a maggioranza.

 

Continua a far discutere anche la modifica che da gennaio scorso ha innalzato, dal 5 al 10 per cento, la quantità di caseina e caseinati che si può aggiungere al posto del latte per fare i formaggi fusi. Che non sono solo sottilette e formaggini. La caseina finisce in una miriade di prodotti caseari come per esempio i formaggi già grattugiati in busta, quelli a cubetti, quelli per i cibi pronti. Grande industria contro tradizione. «I nostri formaggi sono fra i più copiati, soprattutto negli Usa o in Argentina. Ma la concorrenza più forte è dentro i nostri confini» avverte Vittorio Emanuele Pisani, a capo del Consorzio di tutela del provolone Valpadana. «I grandi marchi che producono forti quantità di formaggio a livello industriale con costi più bassi hanno un peso enorme».

 

Spesso i contenziosi finiscono nelle aule di giustizia. Al tribunale di primo grado Ue a Lussemburgo i ricorsi fioccano. Con esiti alterni. L'Italia perse due volte, nel 1980 e nel 1991, sull'aceto: i giudici sentenziarono che il nome comune non poteva essere riservato solo a quello di vino. Poi fu la volta della pasta, nel 1988: illegittima la legge italiana del 1967 che qualificava come pasta solo quella da grano duro. Nel 2007 il Consorzio grana padano ha invece ottenuto il riconoscimento del suo marchio dalle imitazioni: il vero grana è solo quello dop italiano. E così per due volte, nel 2001 e nel 2008, il parmigiano reggiano contro la copia tedesca parmesan.

 

Nel 2008 anche la Ferrero è riuscita a bloccare la registrazione di un marchio, Ferro, per assonanza al suo nome. Ma non è stato così per il limoncello della Costiera amalfitana contro lo spagnolo limonchelo: i giudici hanno dato ragione al liquore spagnolo perché aveva registrato la igp prima. «Le imitazioni sono frequentissime ma è difficile perseguirle» riassume Stefano Massa, vicepresidente del Consorzio del limone di Sorrento igp. La grande industria fa il resto. «Il nostro liquore è fatto solo di limoni freschi e senza aromi artificiali. Ma molti si accontentano di un prodotto industriale a basso costo, anche se dentro non c'è una goccia di limone fresco».

 

di Anna Maria Angelone

 

tratto da Panorama

 

Fonte: Autocoscienza