PIANTE SPONTANEE E DECRESCITA

Redazione Associazione Eco-filosofica

L’occidentalizzazione del mondo si è ormai estesa all’intero pianeta, esportando ovunque lo stile di vita e i miraggi di benessere delle ideologie sviluppiste della crescita. Ciò nonostante, il 5% della popolazione mondiale (più di 300 milioni di persone) resiste caparbiamente all’occidentalizzazione: si tratta per lo più di popolazioni tribali, che continuano a vivere seguendo esclusivamente logiche premoderne di autosussistenza,

benché il rullo compressore dell’avanzata occidentale cerchi di schiacciare e stritolare quanto resta di queste antiche culture, rendendogli la vita sempre più impossibile1.

 

Nella loro disperata ostinazione, esse continuano a testimoniare ciò che un tempo era la norma anche da noi: cioè la capacità di vivere sobriamente in sostanziale equilibrio con la natura 2. La conservazione di tale equilibrio era sorretta da saperi ad hoc, cosmocentricamente orientati: saperi che riguardavano il funzionamento degli ecosistemi e gli innumerevoli aspetti della biodiversità3, per esempio ciò che noi chiamiamo riduttivamente “risorse naturali”. Tali saperi permettevano la sopravvivenza in condizioni difficili che risulterebbero proibitive per un occidentale contemporaneo. In tale contesto, va segnalata in particolare la conoscenza dei vegetali per scopi medicinali 4 e alimentari: conoscenze in gran parte oggi perdute, e comunque disprezzate, specie negli ultimi secoli (quelli del trionfo dello sviluppismo iperconsumistico).

 

Questo evento epocale si è reso possibile nella misura in cui le strutture di autoproduzione e autoconsumo, che assicuravano l’autosufficienza, sono state via via erose e disgregate, rendendo così gli individui sempre più fragili e dipe ndenti dal grande mercato, dall’apparato tecnico - scientifico e più in generale dal “sistema” che si incarica di garantire quella sicurezza e quella sussistenza di cui le persone non sono più autonomamente capaci: con l’eccezione appunto di quel 5% di popol azione mondiale di cui si diceva all’inizio (mentre i popoli del 3° mondo che vivono di agricoltura, e che costituiscono una parte molto rilevante della popolazione planetaria, si trovano in una situazione intermedia, poiché la loro attività è strettamente connessa al mercato mondiale e alle logiche della globalizzazione, di cui subiscono fortemente i condizionamenti). Tuttavia, ferma restando la tendenza di fondo di cui sopra, nei momenti critici riaffiora l’esigenza di recuperare almeno qualcosa di quelle conoscenze dimenticate.

 

Così, nel 1767 il medico fiorentino G. Targioni Tozzetti, a seguito della carestia del 1764 scrive un trattato di alimurgia, intitolato De alimenti urgentia, allo scopo di “rendere meno gravi le carestie”. Alimurgia, che compare n el sottotitolo, secondo alcuni sarebbe la contrazione di “alimenta urgentia”, oppure deriverebbe dai termini greci che indicano l’attività (ergon) necessaria per togliere la fame…in ogni caso, col termine alimurgia si voleva indicare la necessità di ricorr ere ad alimenti d’emergenza in contesti problematici. E poiché tali alimenti sono più che altro vegetali, avrà una certa fortuna il termine fitoalimurgia, che bene sintetizza il ricorso alle piante alimentari.

 

A seguito delle devastazioni dovute alla prima guerra mondiale, Oreste Mattirolo, ordinario di Botanica e direttore dell’Orto Botanico di Torino, pubblica nel 1918 Phytoalimurgia pedemontana: ossia censimento delle Specie vegetali alimentari della flora spontanea del Piemonte. Il testo viene ristampato nel 1919, con il titolo leggermente modificato. Nell’introduzione all’opera l’autore, oltre a deprecare le devastazioni belliche, realizzate con “larghezza stupefacente di mezzi, inventati dalla scienza asservitasi all’opera di distruzione”, ravvisa la necessità di inventariare e richiamare in vigore alcuni dei principali mezzi di sussistenza che si usavano in passato, cioè le piante spontanee.

 

Anche alcuni testi di Storia in uso nelle scuole ricordano di sfuggita che in tempo di guerra i ceti più poveri facevano ricorso a tuberi, germogli e foglie di piante selvatiche, per mitigare la crisi alimentare: ma riportano tutto questo in fretta e con aria di sufficienza, tanto per citare un dato patetico e bizzarro, un espediente “arretrato” di sopravvivenza, frutto della disperazione. Tuttavia, questi espedienti “arretrati” si ripetono anche nel corso della seconda guerra mondiale: ne è testimonianza la Carta fitoalimurgica dell’Istria e dell’Illiria (1943), dovuta al prof. A. Tukakov (Università di Belgrado) ed ai suoi collaboratori, i quali sperimentarono sul campo le conoscenze popolari, nutrendosi per mesi solo con i vegetali oggetto della ricerca. Perfino le truppe americane operanti in Italia nella seconda guerra disponevano di un manuale di sopravvivenza, la cui parte alimurgica era stata appositamente aggiornata da un comitato di botanici inserendovi le piante eduli spontanee diffuse in Europa.

 

Come si può notare, i momenti di crisi presentano anche dei risvolti positivi, si potrebbe dire altamente educativi, poiché inducono a recuperare stili di vita più disciplinati, incentrati sulla parsimonia e sull’apprezzamento di risorse naturali locali che in fin dei conti sono a portata di mano, grazie alla generosità (di solito non ricambiata) della natura5, le cui elargizioni spontanee e gratuite superano di molto il valore economico delle attività umane 6.

 

Tra l’altro, il riferimento pedagogico alla sobrietà è ben radicato nella tradizione occidentale premoderna: il paradigma educativo della temperanza è formu lato in modo eccellente nelle opere di Platone, di Plutarco e di altri filosofi greci, che sarebbe bene ristudiare e rivalutare.

 

Tutto questo può essere riscoperto anche oggi, in tempo di crisi (che è economica, ma anche sociale, etica, culturale…): una cr isi tutt’altro che passeggera, e che graverà di più sui ceti popolari. Questi, a differenza dei ricchi, probabilmente non potranno continuare a praticare il lusso irresponsabile dello spreco, e questa obbligazione lungi dall’essere una disgrazia ha un valo re provvidenziale, poiché costituisce la base materiale su cui è possibile ricostruire una nuova identità culturale, etica, spirituale, orientata su istanze di decrescita, in alternativa all’irresponsabilità sviluppista e consumista di un mondo in decaden za. Se questo avverrà, i ceti subordinati potranno riacquistare una dignità smarrita da molto tempo, cioè da quando hanno interiorizzato la visione del mondo del capitalismo sviluppista, aspirando al tenore di vita dei ricchi, visto come il modello più desiderabile.

 

Avendo perso l’autonomia di un tempo (autonomia culturale, sociale, economica…) tali ceti sono ormai abituati ad elemosinare dallo stato, dalle imprese, dal sistema, maggiori livelli di consumo7, posti di lavoro sempre più improbabili, politiche di sostegno alle famiglie e ad un reddito sempre più eroso…Ma non si intravedono grandi risultati, e questo spiega il fallimento di una sinistra che ha giocato tutte le sue chances sui miraggi della crescita, dello sviluppo delle forze produttive, del consumismo e dello stato sociale. Di contro le politiche vincenti, quelle dette liberistiche, sembrano invece orientate a privilegiare le banche, il capitale finanziario, le grandi aziende, i grandi apparati, puntando su un surplus illimitato e continuo di produttivismo e di consumismo: questa è rimasta l’unica vera parola d’ordine che il sistema riesce ad esprimere, ed essa rappresenta molto bene la sua pochezza culturale e dunque la mancanza di saggezza e lungimiranza.

 

In un quadro di crisi globale, strutt urale e non occasionale, esiste un’altra direzione cui volgersi: rivalutare le pratiche di autosufficienza, di autoproduzione e di autoconsumo, ridimensionando così il ricorso al mercato internazionale e agli aiuti “pelosi” del sistema; ricostruire legami comunitari conviviali, come diceva Illich 8, adatti all’attuale contesto storico; riequilibrare il rapporto con la natura, totalmente stravolto nel corso dell’era sviluppista; ripensare un’etica non -antropocentrica, rispettosa degli ecosistemi e dei non -umani; più in generale, si tratta di rielaborare una nuova identità, postsviluppista, in grado di motivare, relazionare e valorizzare tutte le istanze di cui si è detto.

 

In definitiva, possiamo schematizzare così: la perdita dell’autosufficienza è, in generale, un requisito indispensabile per l’affermarsi del capitalismo e di un sistema tentacolare che avvolge gli individui rendendoli totalmente dipendenti da esso 9; al contrario, l’attivazione di un processo inverso, volto all’espansione dell’autosufficienza, ha un valore strategico insostituibile: le persone tornano a familiarizzare con i mezzi di sussistenza (almeno con una parte di essi), cresce la loro autonomia e decresce la dipendenza dai grandi apparati, presupposto basilare per una migliore società capace di valorizzare la responsabilità e la partecipazione attiva dei membri che la costituiscono.

 

Torniamo perciò all’autosufficienza con le piante spontanee: questo è importante anche nella prospettiva della biodiversità, e al riguardo abbiamo molto da im parare dai saperi tradizionali dei popoli premoderni. Sappiamo infatti che essi erano in grado di conoscere e utilizzare migliaia di specie e di varietà per uso alimentare (e ancor di più per uso medicinale e per altri impieghi di sussistenza): la più impo nente documentazione in proposito risulta essere quella raccolta dall’etnobotanico Glenn Wightman, in collaborazione con gli aborigeni australiani 10. Invece con l’affermarsi dell’agricoltura industriale rivolta prioritariamente se non esclusivamente al prof itto, sono state selezionate poche decine di specie, maggiormente adatte alla coltivazione su grande scala ed economicamente redditizie, trascurando tutto il resto. Ciò ha determinato una crescente omologazione della produzione e dei consumi alimentari a livello planetario, perdendo di vista migliaia di specie e di varietà, ben note alle culture tradizionali11. Mentre l’agricoltura industriale è antiecologica, poiché è aggressiva nei confronti dei ritmi naturali e degli ecosistemi, semplifica il suo campo d’azione promuovendo le monoculture e l’impoverimento della biodiversità 12, le economie di autosufficienza sono biomimetiche 13, cioè imitano i processi naturali 14, promuovono l’agricoltura sostenibile e la biodiversità, riconoscendo l’apporto degli ecosistemi e del maggior numero di specie, che quindi vengono riconosciute e custodite. In queste economie, nei secoli scorsi, venivano coltivate migliaia di specie e di varietà (e a queste bisogna aggiungere le specie spontanee oggetto di raccolta); oggi nei paesi occidentalizzati sono coltivate solo 150 specie, e tra queste alcune vengono largamente privilegiate nelle monoculture: “Il risultato di una simile strategia è che una manciata di specie nutre letteralmente l’intero Pianeta. Oltre il 90% del cibo mondiale è fornito da 15 specie di piante e quasi i due terzi da tre cereali: riso, granoturco e frumento” 15.

 

Rivalutare le piante selvatiche ed i saperi connessi, nonché le numerose pratiche di autosufficienza che ne derivano, significa operare in controtendenza risp etto all’omologazione planetaria in atto. Nel nostro contesto, caratterizzato da una cementificazione oltremodo aggressiva del territorio, gli spazi naturali vengono continuamente ridotti e semplificati 16, e con essi anche le risorse spontanee disponibili. Ciò deve incentivare l’impegno per arginare la devastazione del paesaggio, così come prevede anche la Convenzione europea del paesaggio, trattato sovranazionale ratificato dal governo italiano nel 2006 17; parallelamente, è necessario diffondere, tramite coltivazione naturale, biologica, varie piante esistenti allo stato spontaneo, per non compromettere, con la raccolta eccessiva, la loro diffusione in natura. In piccola parte questo sta già accadendo 18 con alcune piante: la pastinaca, il raperonzolo, l’allium tuberosum, l’aglio ursino, la bardana, la portulaca, il finocchietto selvatico, il topinambur, lo spinacio di montagna, alcune varietà di rabarbaro, l’arcangelica, il levistico…in Inghilterra si coltiva una varietà di consolida e vari tipi di allium esistenti anche allo stato spontaneo.

 

Gli incontri che si tengono ogni anno presso l’Orto botanico Locatelli di Mestre e presso alcuni CTP (Treviso, Mestre), le correlate escursioni naturalistiche in aree di pianura e di montagna, il campo di lavoro alpino…han no tra l’altro lo scopo di far conoscere le piante selvatiche, di insegnare il loro impiego alimentare o medicinale, e in certi casi di incentivarne la coltivazione o la diffusione in natura, riattivando così un importante settore delle economie di autosuf ficienza in chiave vegetariana o vegana (in linea con lo stile delle maggiori scuole filosofiche occidentali premoderne, che hanno rappresentato le nostre tradizioni al livello più alto). Così facendo, si educa a mantenere leggero il più possibile l’impatt o ecologico sulla Terra19 e nello stesso tempo si arricchisce la biodiversità in campo alimentare, mostrando molto concretamente che è possibile migliorare la qualità della vita senza far crescere il PIL, in una prospettiva di decrescita e di sostenibilità alla portata di chiunque.

 

A cura di “Radura Luminosa” (iniziative AEF per l’ecologia) / Redazione AEF(Associazione Eco-Filosofica)

 

Fonte: Filosofiatv