Ecologia della mente, non solo Bateson

Psichiatria e società : diciamone qualche  parola….

     di Ivana Nannini *

Pensando all’ecologia difficile dimenticare Gregory Bateson ( 1904-1980), personalità complessa, antropologo, sociologo, psicologo, studioso di cibernetica e compagno di vita della non certo  meno conosciuta Margaret Mead, antropologa.
Bateson  fu allievo di Radcliffe Brown, cioè erede del funzionalismo di cui Radcliffe era rappresentante insieme  a Malinowski, corrente  che si voleva ben distinta dalla scuola di Boas, cui invece Lévy Strauss sarà più legato.

Con Naven, uscito nel 1936, edito in Italia da Einaudi nel 1988, Bateson mette in evidenza le caratteristiche di una particolare cerimonia della Nuova Guinea, in cui le persone assumono abiti del sesso opposto.
Figlio di un famoso genetista, Bateson studiò le implicazioni psicologiche , che lui rilevava, in questa particolare cerimonia, caratterizzata dall’assumere un altro sembiante, il sembiante  “altro “.
Il funzionalismo, sviluppatosi nel periodo 1920-1930, si caratterizzava, detto molto, troppo stringatamente, per considerare la società come un insieme organico, un organismo, governato dal bisogno, intorno a cui si strutturava.
All’opposto, la posizione di Boas era descrittiva, non così interpretativa, soffermandosi sulla particolarità culturale.
Bateson elaborò in seguito a quegli studi le teorie della schismogenesi e del doppio legame ( Palo Alto ), arrivando a formulare una  matrice sociale della psichiatria ( 1976).

Per contro un’altra corrente, che faceva capo a Boas, vedrà fra i suoi più noti esponenti, Lévy Strauss ( 1909-2009), la cui notorietà si estende  ben oltre al 2009, anno della sua morte.
Allievo di Mauss e vicino a Boas, Strauss poi, per ragioni razziali, dovette riparare in USA, dove insegnò antropologia.
Fondatore dell’EHESS ( École des Hautes Études en Sciences Sociales )
, studiò la struttura della parentela e, prima, quella della vita degli indiani Nambikwara.
Non sarà una immagine di corpo organico , ma quella di struttura della società, ad emergere dal quadro descrittivo di Strauss, in quanto centrato su alcune caratteristiche diverse dal bisogno malinoswkiano, e ruotanti intorno ad alcuni divieti, fra cui quello dell’incesto.
Dunque un fondamento sociale e psicologico, individuale e collettivo, che centra sul limite più che sul bisogno, conferendo una struttura al contesto esaminato.
Tabù, totem, incesto, etc, sottolineano una natura fondante del divieto, un NO.
Di fatto bisogno e divieto non si oppongono, e l’elaborazione successiva  postrutturalista porterà all’emergenza di concetti quali mancanza e desiderio e relazioni di potere sia  nella società in senso più esteso, che fra i generi ( uomo / donna ), in senso più specifico. Derrida, Foucault, Lacan.. Irigaray, saranno alcuni fra i rappresentanti di questa nuova svolta.
Soprattutto mi pare significativa la relazione fra desiderio , struttura e divieto, articolata dentro al linguaggio della struttura stessa.
La concezione di mancanza, bisogno e desiderio, divieto e tentativo continuo di surclassare il limite, il NO, sembrano caratterizzare la struttura del soggetto, e proprio leggendo Freud la si coglie assai bene, già proprio a partire dall’isteria.
Quello che emerge è che ad ogni modo il legame fra società e suo funzionamento e soggetto è ben subito evidente, ( e grazie a chi l’ha messa in evidenza..), analizzando anche la nascita e sviluppo dei nosocomi psichiatrici e per i poveri…ed il loro superamento…non così compiuto, se andiamo a vedere la situazione attuale, in diverse parti del mondo.

L’articolazione fra società e soggetti, transita per i sintomi che il soggetto esprime cercando di scavalcare dei limiti o cercando di soddisfare  obiettivi ideali, dunque  è coglibile anche nell’articolazione fra possibile ed impossibile, fra aspirazioni esagerate o imposizioni, limiti esageratamente punitivi, perché assurdamente richiedenti, che pongono la produzione, la relazione fra padrone e servo ( lavoratore, ma anche padrone, nel senso che richiede continuamente, anche in senso immaginario, qualcosa e sempre lo domanda…senza limite.. ), al centro della relazione, della sua articolazione. E transita per la risposta che l’istituzione  restituisce alla domanda.

La dimensione sociale della psichiatria, che è stata molto centrale nel periodo degli anni ’70 e ’80, ha poi rischiato di  essere offuscata, non certo dallo sviluppo della psichiatria di comunità, quanto dalle vicende susseguenti del criticatissimo DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ), criticatissimo, sì, quanto bene in uso.
Che dire delle definizioni di anormali e devianti cui sono stati sottoposti i migranti, ad esempio, sia italiani all’estero, in Usa come in Svizzera, che i  migrati in Italia..
Dove le ritroviamo nel DSM?
La dimensione sociale della psichiatria, messa in evidenza nel 1952 da quel famoso testo che era Classi sociali e malattie mentali, tradotto molto dopo da Jervis, o dalle analisi di Wolff e Dorner, per non dire del nostro amatissimo Basaglia, fanno riflettere sul fatto che la dimensione della relazione fra società e soggetto, che all’epoca fu cavallo di battaglia di un rovesciamento nella logica della cura e della risposta alla sua domanda, non deve e non può essere trascurata, proprio alla luce delle continue trasformazioni sociali, che indurrebbero i soggetti a farsi meri strumenti della produzione, assoggettificati,  costretti  a negare i propri diritti e bisogni, per limitarsi ad una semplice  parvenza anagrafico-numerica.
La dimensione sociale della psichiatria è in stretta analogia anche con quei tentativi che rivorrebbero sovvertire la legge 180, invece di applicarla pienamente, questione che certo richiederebbe dei costi sociali.

Un’ecologia della mente è dunque  una risposta sociale attenta ai diritti e all’equilibrio fra natura e soggetti, fra produzione e suoi modi, così come anche rinvia ad  una struttura soggettiva che non può rinunciare a comprendere  ed accettare il proprio limite, ma specialmente non rinunci ai propri diritti, umani e conquistati nel mondo del lavoro.
Non è che  studi non siano stati effettuati sulle relazioni società-cultura-malattia, con particolare riferimento alla schizofrenia.

Come bene analizza  Garrabè  in Storia della schizofrenia, “ assai presto si cercò di stabilire se  determinati  contesti, determinate strutture, possiedono effetti schizofrenogenico maggiore..” con particolare attenzione alla città di Chicago ed alla morbilità della schizofrenia fra quartieri ricchi e  poveri ( Classi sociali e malattie mentali ). L’esame  comparativo fra culture e sottoculture fu anche commissionato a distanza, cioè a partire da analisi astratte.
Bateson , oltre all’analisi sulla schizofrenia, esaminò anche i caratteri nazionali, come in Moral and National character, e Cultural determinants of personality.
Altri studiosi di questa relazione,  cultura, nazione, personalità, furono Fromm, Horney, Sullivan.
Dunque una ricerca del nesso fra culturale, nazionale e personalità.

Sta di fatto che la psicosi è universale, esiste in ogni cultura.
Ma, se ci troviamo di fronte ad un dato evidente come questo, in epoca anche di globalizzazione, è vero che  a un certo momento il DSMIII faceva scomparire il termine clinico di schizofrenia ( Garrabè- testo citato ).
Sarebbe stato più adeguato,  parlare di disturbi schizofrenici; ma nel 1987 il termine schizofrenia ricompare.
La questione dell’elaborazione del DSM, che vede oggi studiosi di altissimo livello, sarebbe da discutere a parte; se risponda effettivamente alla realtà in cui ci si trova ad operare; tuttavia è chiaro che un manuale assunto a testo universale di riferimento, solleva non pochi spunti di riflessione circa la definizione clinica di una patologia universalmente diffusa quale la psicosi e la psicosi schizofrenica in particolare e circa altre definizioni cliniche.
Insomma, resta aperta  la questione  di assegnare un valore alla condizione sociale nel  favorire la malattia, e quale valore, con particolare riferimento alla malattia schizofrenia e psicosi  in generale. E resta da comprendere quale valore assegnare alla variabile culturale, in un contesto sociale che vede sempre più frequentemente soggetti di una cultura inseriti in un’altra cultura.

La complessità sociale può trovare la sua espressione in una differente manifestazione sintomatologica, al punto che esiste una importante definizione dei disturbi di personalità, centrati sulla statistica, sulla frequenza e durata dei sintomi ?
Innegabile il legame fra funzionamento sociale e risposta ai bisogni, di cui la struttura individuale anche è espressione, attraverso la sua articolazione intorno al desiderio ed alla mancanza.
La funzione del limite, il valore del limite , andrebbe forse meglio esplorato sia dal lato soggettivo che da quello collettivo, specie in questa epoca in cui la crisi  ha messo tutti, volenti o nolenti, vis à vis di un limite, che ha fatto crollare borse e aziende, ed  ha spezzato tanti sogni,  o rischia di farli cadere, anche non  sempre così esagerati, cioè ideali possibili.

* Medico psichiatra  ( Torino )