internazionali

Elezioni Midterm: la sconfitta di Obama dimostra che il bipolarismo impedisce il dissenso

di Paolo Ferrero *

  I vari commenti sulle elezioni di metà mandato degli Usa si soffermano sulla “storica” vittoria dei repubblicani. Secondo i politologi si tratterebbe quindi di una svolta a destra. Questo è ovviamente vero al livello della rappresentanza politica - i repubblicani sono più destra dei democratici - ma a mio parere questo è il frutto paradossale di uno spostamento a sinistra dell’elettorato statunitense che - attraverso il meccanismo deformante del bipolarismo - ha determinato la vittoria della destra.

Provo a motivare brevemente questa mia affermazione che può risultare paradossale.

 

Tunisia: Il mio paese non cambierà col voto

di Omnia Nur

 Non sono trascorsi nemmeno quattro anni, eppure la cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”, quella che per prima mosse l’onda destinata a investire l’intero mondo arabo, sembra lontana. A primavera la Tunisia ha approvato una nuova Costituzione e fra pochi giorni si apre la prima tornata elettorale cui quella carta dovrebbe offrire garanzie ben diverse dai tempi di Ben Alì. Eppure, nemmeno in questo caso, il voto riesce a essere una festa della democrazia: la crisi economica europea condiziona in profondità l’economia nazionale, il timore di episodi di terrore jihadista nei giorni del voto è grande, la repressione resta pesante mentre diversi esponenti del regime non solo vivono impuniti ma si riciclano facilmente, il turismo precipita e l’incertezza politica spaventa. Inés Tlili, giovane autrice di documentari, spiega perché non crede che le elezioni possano riuscire a cambiare qualcosa.
 

Svezia, la sinistra vince restando ferma. Deludente il risultato dei Verdi

L'escalation del voto è culminata con l’invasione di alcuni seggi elettorali da parte dei neonazisti, cosa mai vista prima in Svezia. I voti ai nazifascisti bloccano il Parlamento

 
di Umberto Mazzantini  *

Le elezioni in Svezia ( 14 settembre) segnano il ritorno alla vittoria della sinistra, ma non per meriti propri quanto per demerito del centro-destra che crolla e apre le porte al ritorno, questa volta in massa, di un partito dichiaratamente neonazista in Parlamento.
La prima forza politica in Svezia è il Partito Socialdemocratico 31,2% (+0,4%), il Partito Verde si ferma al 6,8% (-0,4); il Partito della Sinistra regge al 5,7% (+0,1), così la coalizione Rödgrö di sinistra, pur vincendo in tutte le circoscrizioni tranne una a Stoccolma, resta praticamente immobile e raggiunge il 43,7% (il 2,5% in meno di quanto previsto dai sondaggi). Non arriva invece al quorum del 4% Iniziativa femminista (3,15% e +2,7), voti che probabilmente avrebbero fatto scattare la maggioranza parlamentare per la sinistra a 175 seggi.
 
 

Germania: SPD-Linke-Verdi, la maggioranza c’è ma è solo virtuale

di  Jacopo Rosatelli *

Grosse koalition. Nei due rami del parlamento tedesco (Bundestag e Bundesrat, la seconda camera dove siedono i rappresentanti dei governi dei 16 Länder), il campo progressista prevale e potrà cambiare il corso di alcune leggi al vaglio

Incre­di­bile ma vero: sulla carta, in Ger­ma­nia ci sareb­bero le con­di­zioni per un governo pro­gres­si­sta. I par­titi a sini­stra della Cdu-Csu, infatti, hanno la mag­gio­ranza asso­luta dei seggi nel Bun­de­stag, la Camera dei depu­tati tede­sca: la somma di Spd, Linke e Verdi fa 320, men­tre i demo­cri­stiani della can­cel­liera si fer­mano (si fa per dire) a 311. Pur­troppo, però, quella sem­plice pos­si­bi­lità nume­rica non signi­fica ancora nulla in ter­mini poli­tici: a livello fede­rale i rap­porti a sini­stra con­ti­nuano a essere freddi, e i social­de­mo­cra­tici si tro­vano più a loro agio nella stanza dei bot­toni insieme a Mer­kel e compagnia.
Se si dà uno sguardo al Bun­de­srat, la seconda camera del par­la­mento tede­sco dove sie­dono i rap­pre­sen­tanti dei governi dei 16 Län­der, il para­dosso si ripete: anche in que­sto caso pre­vale il campo pro­gres­si­sta, che dispone di 36 voti su 69 totali. Una mag­gio­ranza (asso­luta) che potrebbe cre­scere a 40, se dalle urne di oggi verrà un cam­bio alla guida della Turin­gia e una con­ferma della coa­li­zione Spd-Linke in Bran­de­burgo. Un rap­porto di forze che reste­rebbe immu­tato sino al 2016, anno di ele­zioni in molte regioni «in bilico», come il Baden-Württemberg (dove per la prima volta dal dopo­guerra ammi­ni­stra un’alleanza Verdi-Spd).
 

India, stretta di Modi su ong internazionali “Sono un ostacolo allo sviluppo del Paese”


 La stampa locale ha pubblicato un rapporto dell'Investigative Bureau, una delle polizie investigative indiane, su una serie di organizzazioni tra cui Greenpeace, ActionAid e Amnesty International: sono accusate di "creare un ambiente funzionale all'ostruzione di progetti per lo sviluppo economico". Nella lista manca "Rashtriya Swayamsevak Sangh", formazione paramilitare in cui il neo-premier Modi milita dal 1971.

Matteo Miavaldi (di China Files per il Fatto  )  


Non è ancora una vera e propria dichiarazione di guerra alle Ong internazionali, ma poco ci manca. La scorsa settimana il quotidiano indiano The Indian Express ha rivelato il contenuto di un rapporto di 21 pagine stilato dall’Investigative Bureau (Ib), una delle polizie investigative della Repubblica indiana, dove una serie di Ong straniere attive sul territorio indiano vengono individuate come corresponsabili del rallentamento economico del paese, un ostacolo al progresso. Negli stralci del documento resi pubblici si legge che “un significativo numero di Ong (sostenute da fondi provenienti Usa, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi e paesi scandinavi) utilizza campagne popolari per creare un ambiente funzionale all’ostruzione di progetti per lo sviluppo economico”. Il rapporto, indirizzato all’ufficio del primo ministro Narendra Modi, si spinge fino a valutare il danno economico causato dalle attività delle Ong straniere in “2-3 punti percentuali del Pil all’anno”, conseguenza di progetti bloccati in campi che vanno dall’energia nucleare all’estrazione carbonifera, passando per la realizzazione di mega hub industriali o campi per coltivazioni Ogm.
 

Le elezioni in India

di Toni Ferigo *

Le elezioni in India hanno richiesto ben 35 giorni per l’esercizio del voto, iniziate il 7 aprile sono terminate il 12 maggio

Le elezioni in India, le sedicesime nella storia del paese dopo l’indipendenza, hanno visto una partecipazione record: 815 milioni di elettori erano chiamati alle urne, il 66% hanno votato, (nel 2009 erano stati il 58%). Lo scrutinio è stato presentato da molti commentatori non indiani, come un tornante storico nella politica del paese per la vittoria indiscussa del Bharatiya Jonata Party, ( BJP, partito del popolo indiano) , nazionalista e induista. Mai dopo il 1984 un partito era arrivato ad avere la maggioranza assoluta nella camera bassa del  parlamento. Il BJP conta infatti 282 seggi su 543.
Diversi commentatori indiani indicano invece nella sconfitta dello storico Partito del Congresso, la grande novità di queste elezioni: 44 seggi con il 19% dei voti. Sessanta seggi in meno rispetto al 1998, data della sua prima sconfitta contro il BJP, e una perdita del 6% rispetto al 1999, data della sua peggiore performance.
La vittoria netta del PJB deve, aggiungono ,  essere relativizzata. Il partito è dominante ma non ( ancora ?) egemonico. Vediamo il perché.
 
 

Il vuoto strategico americano

    di Aldo Giannuli  * 

 Quando crollò l’Urss, e con essa l’ordine mondiale bipolare, le valutazioni furono in generale assai ottimistiche e molti si spinsero a prevedere che tutto ciò avrebbe portato ad un crollo nelle spese militari, non essendoci più alcuna gara negli armamenti, dirottando ingentissime cifre verso investimenti sociali. Si parlò addirittura di un incombente “Nuovo Rinascimento”. Non pare che le cose siano andate in questo modo: dopo un relativo calo nei primi anni novanta, la spesa militare è invece sensibilmente aumentata, a danno di quella sociale e, quanto al “nuovo Rinascimento”, chi lo ha visto?

  

Palestina: Ecco da che parte sta l’Italia

 

di Manlio Dinucci *

In realtà l’Italia ha da tempo già scelto, isti­tu­zio­na­liz­zando sotto forma di legge (con larga intesa bipar­ti­san) la coo­pe­ra­zione militare con Israele. Il memo­ran­dum d’intesa sulla coo­pe­ra­zione mili­tare italo-israeliana, rati­fi­cato nel 2005 dal Senato (in par­ti­co­lare gra­zie ai voti del gruppo Demo­cra­tici di sinistra-Ulivo schie­ra­tosi con il centro-destra) e dalla Camera, è dive­nuto Legge 17 mag­gio 2005 n. 94.
Inter­ve­nendo alla Camera sulla «crisi a Gaza», la mini­stra degli esteri Fede­rica Moghe­rini ha invi­tato il par­la­mento   l’opinione pub­blica ita­liana a «non cedere alla logica della par­ti­gia­ne­ria, all’idea che ci si debba divi­dere tra amici di Israele e amici della Pale­stina, che si debba sce­gliere da che parte stare nel conflitto».

In realtà l’Italia ha da tempo già scelto, isti­tu­zio­na­liz­zando sotto forma di legge (con larga intesa bipar­ti­san) la coo­pe­ra­zione militare con Israele. 
 

La disfatta dell’Iraq

 

di Andrea Bernardi: corrispondenza dall’Irak in tre puntate su unimondo.org

 




Nonostante tutto Baghdad vive

(1) Baghdad (Iraq) – Il rumore dei generatori di corrente che ogni due, tre ore partono a pieno regime per dare elettricità a chi può permettersi di pagare qualche centinaia di dollari al mese è il segno del fallimento di un Paese che nel 2013 ha prodotto 2,13 milioni di barili di petrolio al giorno, con un incasso stimato di 89 miliardi di dollari e non è in grado di fornire elettricità continua alla capitale. La temperatura a Baghdad va dai 38 gradi della notte ai 46 del giorno e il mese di Ramadan ha ridotto le attività lavorative. Chi può se ne va.  Quelli con amici e parenti ad Erbil, gli altri in Turchia. L’Aeroporto Internazionale non era così trafficato da tempo. Trovare un posto in aereo è diventata una scommessa. “Ho dovuto attendere una settimana per poter partire – dice Maher mentre attende in fila i controlli di routine per entrare nella hall dell’Aeroporto di Baghdad – perché tutti i voli per Erbil erano pieni. Me ne vado perché ho paura. Spero di poter trovare un lavoro ad Erbil almeno finché la situazione a Baghdad non si calma”. Il fallimento della comunità internazionale, che ha distrutto le istituzioni di un Paese lasciandolo in pasto a politici corrotti e burocrati di professione, potrebbe essere descritto in poche righe. Ma oggi l’Iraq è di nuovo al centro della scena internazionale, dopo che il governo sciita di Nuri al-Maliki ha perso il controllo del cosiddetto “Triangolo sunnita”. 
 

Europa: Il centrosinistra vota Juncker, vertice dell’assurdo a Parigi

( Anna Maria Merlo su il manifesto )

 
Mini-summit del centro-sinistra. Hollande riunisce nove primi ministri socialdemocratici in vista del Consiglio europeo di fine giugno. La sinistra incorona il democristiano Juncker, uomo della vecchissima Europa. Ma chiede altre cariche in cambio. E cerca di costruire un fronte attorno a Renzi e alla prossima presidenza italiana: non ci sarà una nuova Road Map per l’Europa, ma almeno l’invito a leggere i Trattati, che parlano di “stabilità” ma anche di “crescita”